di Pietro Adorni

Nel descrivere e proporre il gruppo di auto-aiuto a chi è stato colpito dagli attacchi di panico e ne sta soffrendo, si corre il rischio di esser troppo teorici o astratti e perciò poco pratici, facendo sì che la reazione più immediata ed istintiva del lettore sia il pensare che “sono le solite belle parole”, magari già lette o ascoltate più volte e da più parti, e che, a parole, “non si risolvono i problemi”.
Una reazione del genere, del tutto comprensibile quando si parla di disagio e di sofferenza, è ancor più riscontrabile e frequente in chi soffre e vede la propria vita devastata e limitata, di punto in bianco, come un fulmine a ciel sereno, dagli attacchi di panico, dall’ansia, dall’agorafobia e da tutti i sintomi che ne derivano.
Dagli esami e test diagnostici, che ovviamente vengono fatti, non risulta alcunché di patologico, e il sanitario di turno che ci da risposte del tipo “sono solo attacchi di panico” oppure “tu non hai niente, sei sano come un pesce, cerca di non pensarci, rilassati, divertiti!” (chiediamoci un po’: è davvero ipotizzabile il potersi rilassare e divertire quando ci si sente soffocare, con il cuore che va a mille, con le gambe che paiono di gelatina, e si avverte la sensazione angosciante di esser sul punto di morire o di svenire, da un momento all’altro?) … si rimane interdetti, no? In più terapie intraprese, o intraprese per modo di dire, senza esiti immediati soddisfacenti, il permanere dei sintomi per mesi, talvolta per anni, inducono la persona a pensare che il bandolo della matassa sia introvabile e a perdere la speranza di poter trovare una via d’uscita, da quella prigione dell’anima, invisibile all’esterno, che è il DAP.
Viviamo in un mondo altamente competitivo, nel quale siamo tutti inquinati dal “mal di fretta” e dalla logica del “tutto e subito”: una logica rischiosa che ci rende, da un lato, più sospettosi e diffidenti, dall’altro ci espone maggiormente ad essere imbrogliati dalle tante offerte di soluzioni miracolistiche e costose proposte da persone senza scrupoli (maghi, esorcisti, guaritori, ecc.).
Sappiamo quanto sia difficile trasmettere un messaggio di speranza autentico ed incisivo. “Il gruppo di auto-aiuto” è un’esperienza di cammino insieme più facile da vivere che non da esprimere a parole. Sappiamo cosa significa il sentirsi bloccati dall’agorafobia e dall’ansia anticipatoria, nell’uscir di casa: si prova la sensazione d’esser di fronte ad un muro spesso ed insormontabile.
Alle persone che ci chiedono “Voglio tornare com’ero prima del DAP”, noi replichiamo “Ne sei davvero sicuro?” perché, se c’è il DAP, significa che qualcosa non quadrava in quel “prima”.
Paragonando la vita ad una partita di calcio, proviamo a chiederci se sia più gratificante entrare in campo e giocare, gettandosi nella mischia, rischiando scontri, fratture e contusioni, nonché fischi ed improperi, oppure starcene seduti in panchina ad osservare gli altri che giocano.
È di gran lunga preferibile essere protagonisti attivi della nostra vita che non spettatori passivi o comparse che s’accontentano di vivere di vantaggi “secondari” che, in quanto tali, non soddisfano i nostri bisogni più profondi e veri. Questo atteggiamento maschera in realtà una certa pigrizia mentale, la scarsa propensione ad operare scelte attive, assumendocene responsabilità e rischi.
Non ci alletta la prospettiva di soffrire per gli errori che potremmo commettere e per le possibili delusioni o sconfitte, ma così facendo, ci precludiamo le soddisfazioni, la gioia e il piacere del vivere una vita più autentica, più creativa e più libera. Se desideriamo davvero “essere vivi” e liberarci dai sintomi, dobbiamo acquisire un grado di conoscenza e di consapevolezza sufficiente ad individuare tutte le risorse/strumenti insiti in noi, che ci consentono di capire i sintomi e trasformarli in risorsa. Soltanto così possiamo riconoscerci, ricostruirci, trovare motivazioni e stimoli per l’inizio di un cambiamento di vita autentico.
Vogliamo essere noi a scegliere o lasciare che siano gli altri o la vita stessa a scegliere per noi? Noi della Lidap crediamo nell’auto-aiuto perché ne abbiamo sperimentato direttamente i benefici concreti, abbiamo avuto la fortuna e la gioia (sì, la gioia) di osservare gli stessi benefici in tante altre persone, e sentiamo di poter ripetere a chi leggerà questo capitolo, le stesse parole che ripetiamo, da anni ed anni, alle persone che ci chiedono aiuto, al telefono, via e-mail o di persona: “Se fossimo qui a far volontariato propinandovi speranze vane e illusorie, saremmo disonesti perché non inganneremmo solo voi: inganneremmo noi stessi e, per giunta, senza ricavarne nulla”. Aiutando gli altri aiutiamo noi stessi, facendo del male agli altri facciamo del male a noi stessi.

Principi e caratteristiche del gruppo di auto-mutuo-aiuto.
Le caratteristiche terapeutiche dei gruppi di auto-mutuo-aiuto sono riconosciute dall’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità). Diverse associazioni di volontariato nate nel mondo proprio per volontà di persone desiderose di offrirsi aiuto reciproco, se ne sono fatte promotrici per gestire i problemi emozionali, comportamentali, relazionali e sociali connessi ai vari tipi di disagio psicologico e/o psicofisico e per dare “voce, visibilità e dignità” al disagio. I gruppi di auto mutuo aiuto sono piccoli gruppi di persone che condividono lo stesso problema e che intraprendono un percorso “insieme” che ha quale obiettivo il raggiungimento del benessere individuale di ciascun componente.
I primi gruppi di auto mutuo aiuto (Alcolisti Anonimi) sono nati negli USA nel 1935 e nel corso degli anni si son diffusi ovunque.
In tempi più recenti, altre associazioni, tra queste la Lidap, hanno adottato e sviluppato al loro interno modalità di percorso differenziate, per raggiungere risultati più efficaci nelle problematiche specifiche del settore di cui s’occupano.
Da questo punto di vista si sottolinea il ruolo di orientamento, formazione e informazione svolto da un’Associazione di pazienti quali la Lidap, ma anche l’integrazione auspicata nell’interesse del paziente, tra il percorso di auto aiuto e altri percorsi di carattere specificamente terapeutico. Viene comunque escluso il principio di delega “passiva” agli altri o all’esperto perché nessuno può sostituirsi a noi né operare scelte e cambiamenti per noi (e questo vale per tutti i percorsi di terapia, psicofarmacologici, psicoterapeutici, incluso il gruppo d’auto mutuo aiuto). Gli altri, il gruppo ed i suoi componenti, i professionisti, possono solo aiutarci e sostenerci. È significativo l’esempio del cavallo: si può condurlo alla fontana, ma non forzarlo a bere. I primi passi necessari per il cambiamento stanno nell’assumerci la responsabilità del nostro modo d’essere e nel riuscire a non sentirci vittime di ciò che ci capita. Va da sé, è ovvio, che i tempi di attivazione non sono gli stessi per tutti. A molte persone il termine “gruppo auto mutuo aiuto” potrebbe evocare quell’immagine di gruppi di persone dall’aria triste che si incontrano e si confrontano, raccontandosi tristezze in un clima di autocompiangimento non certo attraente, che ci vien offerta in chiave farsesca da una certa cinematografia d’oltreoceano che, alla stessa stregua, parodizza il ricorso costante allo psicoterapeuta per qualunque problema o dubbio esistenziale. Non è così: sono tante le persone che hanno ricominciato a sorridere e a vivere proprio grazie ad un gruppo di auto mutuo aiuto, perché è un’esperienza che può produrre risultati rilevanti, ed essendo un percorso basato sull’educazione socio-affettiva, può integrarsi perfettamente con altri percorsi, senza interferenze, contrapposizioni e, ancor meno, competizione. E, senza togliere nulla a nessuno, vorremmo attirare l’attenzione dei lettori su alcune caratteristiche precipue ed importanti del mutuo auto aiuto:

  1. la gratuità pressoché totale rende i gruppi accessibili a tutti, diminuendo così i costi sociali ed individuali del DAP;
  2. la dimensione sociale del gruppo, caratterizzata dal fatto di aver vissuto tutti il disagio sulla propria pelle, favorisce l’identificazione e la solidarietà reciproca, offrendo così alle persone la possibilità di capirsi al volo, di rispecchiarsi l’una nell’altra ricavandone immagini più vere, non distorte dai sintomi e dalla bassa autostima, e di non sentirsi più mosche bianche, incomprese e sole. Questo consente loro di apprendere e di sperimentare, “insieme”, modalità comunicative e relazionali più schiette, perciò più soddisfacenti, che esporteranno all’esterno del gruppo traducendole in “cittadinanza attiva”. Così le persone da soggetti passivi e “bisognosi di aiuto” si trasformano gradualmente in soggetti attivi in grado di “aiutare”;
  3. i partecipanti ad un gruppo di auto-aiuto possono altresì incoraggiarsi, stimolarsi ed aiutarsi vicendevolmente ad esporsi nel riaffrontare insieme, dal vivo, quelle situazioni e luoghi temuti ed evitati con l’insorgenza del DAP e dell’agorafobia, nonché nel cimentarsi ad affrontarne altre “nuove”;
  4. l’imparare a mettersi in discussione insieme è un aiuto fondamentale per superare pregiudizi e preconcetti. L’invito è di andare oltre l’apparenza, oltre lo scontato, oltre le sensazioni di pelle per conoscere l’altro nella sua genuinità.
    Di solito i difetti che ci infastidiscono negli altri sono anche i nostri e capirli è importante;
  5. in termini pratici, l’aiuto che possiamo offrire all’altro sta nell’ascoltarlo attentamente, entrando in sintonia con lui (empatia), nel fargli sentire il nostro affetto, nell’aiutarlo ad esprimere (verbalizzare) le sue emozioni e le sue richieste d’aiuto: in quello che viene definito “ascolto attivo”;
  6. una caratteristica tipica del gruppo di auto aiuto, non attuabile in altri contesti terapeutici (per motivi etici e professionali), è la comunicazione gestuale-affettiva. Un gesto d’affetto (un abbraccio, una carezza, il prendersi per mano) è un sollievo più naturale ed efficace per smorzare una crisi d’ansia o un episodio di attacco di panico.
    Abbracciare ed essere abbracciati equivalgono all’accogliere e all’essere accolti, al riconoscere e accettare l’altro, e viceversa, così come siamo. La comunicazione gestuale affettiva è un qualcosa da riscoprire e da riattualizzare in tutti i sistemi sociali, famiglia compresa, perché tutti ne abbiamo bisogno come dell’aria per respirare.
    Dimentichiamo sempre più nella quotidianità che i gesti di affetto e le coccole non sono “cose da bambini”, da accantonare man mano che diventiamo grandi.
    Dovremmo però fare attenzione a coccolare le persone e non i loro sintomi;
  7. la circolarità nel gruppo offre la possibilità di un confronto allargato, che esclude la formazione di sottogruppi.

Il gruppo di auto-mutuo-aiuto “puro”.
Questo, in quanto tale, a differenza delle terapie di gruppo e dei gruppi di terapia, esclude la presenza di una figura professionale, l’esperto.
Nel gruppo invece è presente il facilitatore della comunicazione, una persona “alla pari”, che ha vissuto su di sé le stesse problematiche degli altri partecipanti, che ha seguito un corso di formazione, a cura della Lidap stessa, e del cui ruolo parleremo più avanti. Il gruppo di auto mutuo aiuto non può che migliorare qualitativamente le relazioni intrapersonali (con se stessi) ed interpersonali (con gli altri) e, di conseguenza, produrre un aumento di autostima e di sicurezza emotivo-affettiva (empowerment), nonché l’innesco di meccanismi di autoguarigione.
Inoltre si tratta di un contesto improntato all’accoglienza, alla collaboratività, alla fiducia reciproca; il confronto e lo scambio di esperienze e vissuti tra i partecipanti (il raccontarsi) contribuiscono ad arricchire il bagaglio umano di ciascuno e stimolano la ricerca dell’autorealizzazione tramite l’individuazione delle proprie risorse e potenzialità “uniche”, anche quelle più latenti. Una buona accoglienza e contatto con il gruppo, inoltre, fanno sì che la persona impari ad accettare sé stessa e quelle parti di sé, limiti, debolezze e vissuti, recepite come del tutto negative e perciò rifiutate ed inibite per il senso di vergogna, di inadeguatezza e per i sensi di colpa che ne scaturivano, ma che il gruppo accetta e legittima, aprendo spazi ad una benefica ironia ed autoironia.
Ridere fa bene. “La risata è una risorsa straordinaria in ogni momento della vita: in famiglia, nella coppia, nel lavoro, negli affari, in politica. Eppure il riso per secoli è stato censurato, assimilato alla follia, considerato non meritevole di studio né dalla scienza né dalla filosofia”.
(Francescato, 2003).

Le fasi del percorso di gruppo.
La comunicazione e lo scambio/confronto migliorano qualitativamente in modo direttamente proporzionale al grado di coesione (fiducia reciproca e legame affettivo) che s’instaura tra i partecipanti al gruppo.
“Potremmo suddividere il percorso in tre fasi:
la prima fase è caratterizzata dal bisogno di sentirsi:
• accolti
• ascoltati
• rassicurati
• sostenuti
• contenuti
la seconda fase:
• l’ascolto è divenuto più “attivo”;
• l’affettività, lo scambio/confronto agevolano la democrazia, la reciprocità e quell’apertura mentale che consente di percepire, di valorizzare e far propri aspetti e modalità di vita “diversi” dai nostri schemi di vita (che spesso riteniamo unici ed inattaccabili);
• cadono le “maschere” comportamentali: l’altro non vien più vissuto come un nemico da cui difendersi;
la terza fase:
• con l’aumento di consapevolezza ed autoconsapevolezza, la percezione di sé e dell’altro è più autentica;
• aumentano di pari passo: la creatività e, con essa, la capacità di trovare in sé la soluzioni ai propri problemi (es: i vissuti d’abbandono e di perdita), l’autostima, la sicurezza, la flessibilità, lo sviluppo delle proprie risorse e potenzialità, incluse quelle latenti;
• si intensifica l’innesco dei meccanismi di autoguarigione”.
Per questo non bastano pochi incontri. Noi chiediamo assoluta assiduità e puntualità per i primi 13 incontri, 3 mesi, e l’impegno convinto di volerne assimilare le varie fasi. E’ tutto molto naturale, basta credere in questa opportunità che ti si presenta e sintonizzarsi col gruppo.

Continuità per “far cultura”.
I gruppi di auto mutuo aiuto e lo spirito associativo Lidap sono certamente una delle risposte al DAP, ma non solo. La LIDAP s’è posta quale obiettivo il produrre e diffondere una cultura che non si limiti alle finalità specifiche dell’associazione, ma che possa rappresentare uno strumento di crescita per far fronte al malessere, al disagio in genere, e alla solitudine socio-affettiva.

Considerazioni conclusive.
Un percorso efficace di cambiamento interiore e di emancipazione da quegli schemi mentali distorti (e dai sintomi) che ingabbiano, non può non ripercuotersi sul nostro aspetto esteriore (una postura del corpo più sciolta, un’espressione del viso più serena, ecc.) e sulle nostre modalità di relazionarci agli altri (maggior serenità, affettuosità e disinvoltura).
E tutto ciò non passa inosservato: è abbastanza naturale che qualcuno, nel nostro sistema sociale (la famiglia in primis), s’accorga che “qualcosa è cambiato” rispetto a prima.
Potrebbero anche verificarsi episodi inusitati di gelosia, a livello di coppia, o altre dinamiche strane, paradossali, in ambito famigliare, allorché il partner, coniuge, genitore, figlio, riacquisiscono benessere ed autonomia: la persona o le persone che se ne son prese cura si sentono private di un ruolo, non esente da sacrifici e fatica (che tuttavia consentiva loro, seppur inconsciamente, la possibilità di controllo continuo sul “malato”). Il bisogno di controllo (e di possesso) non sono una prerogativa di chi soffre d’ansia e panico o di altri disagi. Esistono un’ampia casistica,
un’ampia bibliografia sull’argomento, cui rimandiamo per approfondimenti.
Il percorso di gruppo non è quindi un qualcosa di staccato dal vivere quotidiano e finalizzato esclusivamente a “togliere i sintomi”.
Al riguardo concludiamo con una metafora musicale spunto di riflessione. Una volta appresa la tecnica per suonare uno strumento musicale, essa va sviluppata, perfezionata, esercitandosi quotidianamente con costanza e dedizione, tesi a scoprire quelle sfumature espressive e coloriture che fan sì che la musica che suoniamo penetri il nostro animo e quello di chi ci ascolta, suscitando emozioni profonde Avrebbe senso suonare da soli e solo per se stessi?
Eppure su 10.000 persone che soffrono di DAP e che hanno partecipato ad una ricerca LIDAP, il 30% non ha ancora una diagnosi, né ha seguito una terapia, dopo anni di disturbo, con crisi settimanali o giornaliere. Ha ancora senso stare male per i tabù? Vivere nell’isolamento? È un problema di scarsa informazione? Le informazioni sono confuse? Perché vivere nel segreto stando male, quando esistono i mezzi per curarsi? L’invito è di uscire dal guscio e andare avanti in modo nuovo.
Buon lavoro!