(psicodramma e disturbo ansioso) di Donatella Lessio

Immaginiamo un palcoscenico vuoto, con una platea gremita. Due persone portano ciascuna una sedia.

Nello psicodramma – una forma di lavoro col gruppo inizialmente pensata come psicoterapia e poi usata anche come metodo di formazione – le persone mettono in scena eventi, emozioni, desideri, paure attraverso la collaborazione del gruppo e del direttore, che dà le giuste consegne affinché la rappresentazione sia utile a chi la vive da dentro.
In questo modo si possono incontrare persone, parti di sé, qualsiasi elemento si decida di portare in scena, con un atto espressivo molto forte che costituisce un’assunzione di responsabilità verso quei lati sofferenti o inespressi della propria personalità.
Tutto questo avviene “sul serio”, ma “per finta”, come nel gioco infantile, in cui ogni cosa accade per davvero, ma nella cornice della finzione.

Torniamo al dialogo tra la persona, che chiameremo Sara, e la sua Ansia (con la A maiuscola, perché diventa un personaggio vero e proprio).
Sara attribuirà le parti ad alcuni dei compagni di gruppo, creando una scena per lei rappresentativa della relazione con la propria ansia.
E adesso, vediamo come potrebbe iniziare questa rappresentazione….

Direttore – Sara, dove scegli di incontrare la tua Ansia?
Sara – Al tavolino di un bar, mentre beviamo una cioccolata.
Direttore – Allora crea la scena, con un tavolo e due sedie… Sara: chi potrebbe essere te?
Sara – Marcello (uno dei partecipanti al gruppo)
Direttore – E la tua Ansia?
Sara – Lucia.
Direttore – Ecco, hai qui te stessa e la tua Ansia. Sara, da dove inizia la scena? Chi parla per prima?
Sara prende il posto di se stessa e poi quello sua ansia, mettendo in bocca ai personaggi delle battute, che verranno ripetute dagli io-ausiliari (Marcello e Lucia).
Poi, Sara uscirà dalla scena e ascolterà lo scambio tra se stessa e la sua ansia, da fuori.

Alla fine della sessione, Sara avrà vissuto uno scambio con il proprio disagio ansioso, esprimendogli il suo sentire e ascoltandone le ragioni, esattamente come si farebbe con una persona reale. Questa personificazione permette un dialogo alla pari, nel quale la persona e il suo disturbo sono entrambi personaggi di una scena, con le stesse possibilità espressive e lo stesso peso reciproco. L’azione scenica rende “vero” questo scambio, anche grazie al fatto che c’è un testimone: il gruppo, di fronte al quale il protagonista della scena gioca il suo ruolo e la sua vicenda; sappiamo benissimo tutti, infatti, che se diciamo a qualcuno una cosa, questa diventa “più vera”, mentre se ce la teniamo per noi possiamo sempre cambiare versione, oppure negare che quella cosa ci tocchi o ci coinvolga.

Giochiamo che eri la mia ansia… nel gioco accadono cose molto serie: ci si può far male, ci si posso-no dichiarare sentimenti di amore, si possono prendere decisioni importanti, ma in fondo è sempre un gioco!
Non è una contraddizione: si giocano delle situazioni in uno spazio protetto, senza ripercussioni sulla propria quotidianità, allenando la mente e il cuore ad affrontare le sfide più impegnative, sempre comunque con la coscienza della finzione, cosa che già di per sé abbassa il livello ansioso e permette di accedere a contenuti dolorosi che difficilmente verrebbero alla luce, se non attraverso sintomi o com-portamenti automatici.

Immaginiamo di aver incontrato sul palcoscenico la nostra ansia. Avremo vissuto una situazione nella quale ci siamo sentiti padroni di noi stessi, abbiamo condotto il gioco e avremo quindi aperto la via alla possibilità di ascoltare la nostra ansia, senza esserne travolti.
Anche l’ansia, infatti, va ascoltata: anche lei ha le sue ragioni, valide e inconfutabili, che diventato più chiare e precise grazie al dialogo e alle azioni sulla scena. Se lascio agire sul palcoscenico la mia ansia, avrò più chances di entrare in dialogo, e non in conflitto, con lei, e quindi con me stesso.
Vivendo più volte questo incontro, apprendiamo diverse modalità di rapportarci alla nostra ansia in modo proficuo, prendendo ciò che di buono può insegnarci e donarci, senza scappare di fronte ai sin-tomi, senza ingigantirli e senza sottovalutarli, ma prendendoli per quello che sono: segnali, richieste di attenzione che noi lanciamo a noi stessi.

Alla fine del gioco psicodrammatico, il palcoscenico si svuota e il protagonista è pronto per occupare un’altra scena: quella della vita, nella quale le luci non si spengono mai e non ci si può rifugiare dietro le quinte. Avendo fatto le prove, però, il nostro protagonista è più preparato e saprà cavarsela meglio, quando l’ansia tornerà a bussare al suo cuore.